Dagli stereotipi alla realtà

Senza vedere la Sicilia, non ci si può fare un’idea chiara di quello che è l’Italia.” (Johann Wolfang von Goethe)

            1. Introduzione

La maggior parte del tempo, quando si sente parlare della Sicilia, gli stranieri (ma anche alcuni italiani non siciliani) l’associano direttamente alla parola “mafia“. Gli stereotipi per quanto riguarda la Mafia Siciliana sono diversi. Molte persone hanno un’immagine abbastanza esagerata di deliquenti o di gangsters il cui scopo è quello di aggirare la legge e di ottenere soldi o vendetta. Purtroppo i massmedia non hanno contribuito a diffondere un’immagine positiva e realistica della vita quotidiana in Sicilia e questo ha contribuito ad amplificare enormemente lo stereotipo.

Molti siciliani si sentono offesi quando gli stranieri dipingono la loro isola soltanto come la casa della Mafia. Anche se la Mafia è una realtà innegabile nella Sicilia occidentale, questo non dovrebbe essere un ostacolo per scoprire la bellezza e la cultura di cui quest’isola è ricca. È un grande peccato che la curiosità degli stranieri si concentri sul fenomeno mafioso piuttosto che sulle ricchezze della Sicilia.

In questo lavoro, vorrei approfondire le origini della Mafia siciliana, le sue caratteristiche e i suoi valori per capire meglio come questi stereotipi si sono formati. Vorrei anche fare un paragone tra questi aspetti “teorici” e il film I cento passi realizzato da Marco Tullio Giordana nel 2000, per vedere se tutti questi aspetti sono presenti e osservare come sono trattati.

          2. La Sicilia

Barzini definisce la Sicilia come “il modello in scala ridotta dell’Italia […] in cui ogni qualità e ogni difetto nazionale sono esagerati, esasperati e vivacemente colorati.”[1] Possiamo affermare che l’aspetto più “barocco” dell’Italia può essere espresso attraverso la Sicilia, dove emerge questo constrasto tra sublime e grottesco. Barzini menziona anche “l’intelligenza esorbitante dei siciliani”:

“Le virtù migliori dei siciliani (come quelle della maggior parte degli italiani), non sono ovviamente le virtù dell’uomo anonimo e organizzato di oggi, ma quelle dell’antico eroe che lotta, con il suo piccolo gruppo, contro il resto del mondo.”[2]

I siciliani hanno una certa forza d’animo, una generosità e un grande altruismo. Possono accettare la morte ad occhi aperti, senza esitazioni, per difendere i propri ideali siciliani. I siciliani sembrano vivere come se l’autorità e le leggi non esistessero e per questo sono noti dappertutto in Italia.

Come accennato nell’introduzione, la Mafia è una realtà innegabile nella Sicilia occidentale e questo crea una atmosfera di costante paura della morte:

“Le tecniche elusive elaborate nel corso dei tempi per affermarsi impaurendo e intimidendo un numero sempre più grande di persone sono vagamente denominate “il sistema della Mafia”.[3]

          3. Le origini della Mafia Siciliana

Per introdurre il contesto della Mafia dobbiamo precisare che non si conoscono tante cose sulle origini della Mafia. Nessuno sa esattamente che cosa significa questa parole, neanche da dove provenga. In realtà, i siciliani preferiscono utilizzare l’espressione “Cosa Nostra” e utilizzano la parola “Mafia” soltanto per farsi capire dai stranieri.

Dire che Cosa Nostra rappresenta un’organizzazione criminale che si è trasformata in un’organizzazione internazionale è troppo semplice perché questo sistema è molto più complesso e sottile.

            Cosa Nostra è nata progressivamente nel XIX secolo, con i proprietari terrieri che organizzavano piccoli eserciti privati allo scopo di diffendere le loro famiglie e le loro proprietà dai banditi. Queste specie di eserciti mantenevano una sorta di giustizia primitiva, ricorrendo a mezzi drastici. Infatti, la giustizia era basata sulla legge del taglione: i torti venivano riparati, i deboli difesi e i criminali puniti. Barzini discrive questo come “una grossolana versione contadina del codice cavalleresco.”[4]

Le origine del fenomeno mafioso e dello sviluppo della criminalità organizzata in Sicilia sono attribuite agli eventi contemporanei e successivi all’Unità d’Italia (1861) e in particolare al fallimento dello Stato centrale che non era riuscito a imporre la propria autorità e ad assicurarsi il consenso dei cittadini. Infatti, la Mafia offriva protezione laddove lo Stato era latitante, senza nessuno che fosse disposto a collaborare nell’esercizio della legge. Questo non vuol dire che la Mafia si presenta come uno Stato alternativo anche se essa ha acquisito la sua identità in contrapposizione allo Stato moderno. La Mafia non è una struttura centralizzata ma una costellazione di gruppi in competizione tra di loro, con nessun codice normativo stabile. Dopo il 1893, l’esistenza di Cosa Nostra divenne nota in tutta Italia.

Alla metà degli anni ‘60, Cosa Nostra divenne “una moderna organizzazione criminal-politica”. In effetti, la Mafia mantiene un rapporto stretto con la sfera politica:

            “Cosa Nostra è da un lato contro lo stato e dall’altro è dentro e con lo Stato,           attraverso i rapporti esterni con suoi rappresentanti nella società e nelle istituzioni”. (Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia)[5]

Questo rapporto tra la Mafia e la politica ha una lunga storia. La mafia persegue una strategia di “avvicinamento” ai politici per non compromettere la sua posizione nella società. La Mafia deve in qualche modo adattarsi alla società e stringere amicizia con personalità politiche influenti. Questa offre un certo appoggio e protezione al politico ma in cambio, quel politico deve usare il suo potere per favorire e salvaguardare gli interessi della Mafia. Ovviamente, quando questo accordo è stabilito, i politici non possono più liberarsi dopo essersi resi conto che sono stati corrotti.

Negli anni ‘70, la Mafia era più forte e prospera che mai, grazie principalmente al boom del traffico internazionale di stupefacenti. Tra gli anni ’70 e ’80, c’è stata un’espansione generale della criminalità organizzata in tutta l’Italia, non soltanto in Sicilia. Purtroppo, mano a mano, il paese stava perdendo la sua battaglia contro il potere e l’influenza della Mafia.

Quello che può sembrare strano è che nessuno sa chi è veramente mafioso. Ancora più strano, ci sono alcuni che non sanno nemmeno se lo sono o no. Ad esempio, una famiglia ordinaria può essere legata a una famiglia mafiosa indirettamente, attraverso altre famiglie. Molte volte, l’influenza mafiosa è impercettibile:

“È sorprendente scoprire che chi appartiene alla Mafia non si rende conto di essere un criminale […] È una catena senza fine, segretamente tenuta insieme dalla paura.” [6]

4. Le caratteristiche e il funzionamento della Mafia

Si deve fare una distinzione tra le parole mafia e Mafia:la prima è considerata come la madre della seconda.

Infatti, la mafia è un stato d’animo, una filosofia di vita, una concezione della società, un vero codice morale. Tutti i siciliani, da piccoli, sanno che devono essere solidali con gli amici e combattere i nemici comuni (anche quando gli amici hanno torto e i nemici ragione). Questo è una questione di dignità e d’orgoglio, due dei principi condivisi da ogni siciliano:

[…] ognuno deve difendere la propria personale dignità a tutti i costi e non consentire mai che il minimo insulto o la minima offesa rimangano non vendicati ; tutti devono mantenere i segreti e naturalmente diffidare delle autorità ufficiali e di tutte le leggi salvo quelle naturali. […] il siciliano che non senta tali obblighi non potrebbe più considerarsi siciliano. […] In questo senso è mafioso.” [7]

Dall’altra parte, la Mafia è l’organizzazione illegale nota in tutto il mondo. In Sicilia, domina soltanto alcune parti, come Palermo, Partinico, Trapani o Agrigento. Non si tratta (come possono credere gli stranieri) di un’associazione organizzata rigorosamente, con gerarchie, statuti scritti, quartier generali, una élite dominante e un capo indiscusso ma può essere discritta come un’associazione fluida e slegata, con limiti vaghi, dove ogni gruppo è sottoposto alla volontà del suo capo ma ognuno ubbidisce alle proprie leggi entomologiche e impone localmente i propri princípi di giustizia primitiva. Solo in rare situazioni, la Mafia diventa un certo tipo di confederazione. Oggi esistono tanti tipi di Mafia ma funzionano tutti più o meno nello stesso modo. Tutti sistemano le cose, assicurano un certo ordine, intimidiscono i rivali e forniscono una certa protezione da ogni sorta di minacce. La sola differenza con la mafia nel passato è che oggigiorno, l’attività criminale esiste ma sotto una forma disciplinata, impiegata con intelligenza e non con violenza. Il motivo per cui la Mafia non può essere combattuta definitivamente sta nel fatto che rappresenta molte cose contemporaneamente.

Una delle caratteristiche principale della Mafia è la discrezione. Al contrario di un gruppo di banditi, l’attività della mafia non è basata su una presenza vistosa. I membri della mafia sono rispettabili ma invisibili. Il loro mezzo di comunicazione è il silenzio, non la parola. Il linguaggio mafioso è ridotto al minimo indispensabile di gesti e di parole. Questo ci fa direttamente pensare all’omertà, cioè la discrezione mantenuta dagli abitanti di una città in cui la mafia prospera. Tutti sanno che tale o tale famiglia è mafiosa, ma non ne parlano mai perché è un tabù. Gli abitanti devono, di norma, intrattenere buoni rapporti con la “società” nei loro quartieri. Dato che sono costretti a vivere lì, il loro dovere è quello di proteggere la famiglia, la proprietà o gli affari. Per tutti, la Mafia è una realtà della vita, una delle condizioni permanenti dell’esistenza. Quest’aspetto della discrezione fa veramente parte della cultura siciliana. Per i siciliani, “la discrezione è quasi proverbiale”.[8]

Il servizio più importante che può assicurare la mafia è la protezione in una situazione caratterizzata dall’incertezza delle condizioni di mercato e dall’inefficacia della legge. Però, la maggior parte del tempo, la mafia offre solo protezione da sé stessa.

Una delle ultime realtà della Mafia è quella di una coalizione di cosche. Queste sono “gruppi di famiglie potenti che appartengono alla stessa zona e si occupano di attività identiche”.[9] Queste cosche possono unirsi in un’alleanza detta consorteria ma sono generalmente in continua competizione reciproca e sempre disposte a uccidere per affermare la propria supremazia. Ovviamente, in ogni attività mafiosa, la morte è una presenza costante.

          5. I valori della Mafia

Il primo nucleo della Mafia è naturalmente la famiglia, uno degli strumenti più utili e forti per “realizzare e tenere insieme una specifica e spietata organizzazione criminale”.[10] Non si può parlare di famiglia nel senso proprio del termine, perché non tutti i membri condividono legami di sangue. In più, ci sono molti elementi di tensione a livelli diversi, soprattutto quando la consanguinetà entra in conflitto con le esigenze mafiose. Nonostante ciò, i membri di una stessa “famiglia” condividono gli stessi valori, come la fedeltà, la solidarietà tra di loro e la dignità.

La Mafia ha il suo proprio sistema di valori e codici d’onore e di vendetta. È l’esatta antitesi di una moderna società civile perché i suoi valori sono rimasti tradizionali e antichi. Questi entrano in conflitto con i processi di emancipazione della società italiana. C’è una specie di residuo arcaico del Medioevo. È per questa ragione che la Mafia siciliana si distingue dalle ordinarie organizzazioni criminali o bande di assassini ed è anche per questo che i capi mafiosi odiano tutte le trasformazioni sociali che inevitabilmente pongono in pericolo il loro potere.

Fino a un’epoca molto recente, la famiglia mafiosa era un’organizzazione esclusivamente maschile, patriarcale e allo stesso tempo fraterna. Ogni clan aveva il classico padrino che esercitava un’influenza sulla società in generale.

Le donne erano escluse dalla mafia perché erano considerate inaffidabili,             perché parlavano troppo, perché non subordinavano i vincoli di sangue alle     esigenze dell’organizzazione.[11]

Questi valori tradizionali includono anche la figura del padre cattolico, la solidarietà tra clan e la purezza della madre e delle figlie. Il divorzio è considerato come riprovevole. La parola di un padrino è sacra e rifiuta le attività disonorevoli (come lo spionaggio, la prostituzione, gli stupefacenti, il tradimento di un amico). In una frase, la Mafia siciliana può essere discritta proprio ironicamente come un misto di spietata brutalità e di nobili sentimenti.

          6. Paragone con il film “I cento passi” di M. T. Giordana

Mi pare interessante fare un paragone tra gli aspetti “teorici” di cui abbiamo parlato finora e quelli presentati nel film I cento passi realizzato da Marco Tullio Giordana nel 2000.       I cento passi racconta la storia di Giuseppe “Peppino”Impastato, un giovane che insieme ai suoi amici dedica la sua vita a sfidare e denunciare il sistema della Mafia nel piccolo comune siciliano Cinisi. Peppino cerca sfuggire al legame con l’ambiente mafioso che suo padre Luigi non ha la forza di rompere, per ragioni di interessi diversi ma soprattutto per proteggere la sua famiglia. Implicato nel movimento comunista, Peppino è guidato da uno spirito rivoluzionario ed è determinato a denunciare i crimini di Don Tano Badalamenti, capo mafioso e amico di famiglia. Crea una stazione radio per parlare di questioni d’attualità, ma soprattutto per ironizzare sulla Mafia. Quando suo padre muore in un oscuro incidente, Peppino non si rende conto che nessuno può proteggerlo più dal furore di Don Tano. Quando le sue emissioni della sua radio diventanto troppo scomode Peppino viene ucciso dalla Mafia.

Uno dei primi aspetti trattati nel film è l’incertezza relativa alla definizione della Mafia. A un certo punto, lo zio di Peppino, Cesare Manzella esclama “Ma che cos’è questa Mafia? Dov’è? Sempre a dire Mafia qua, Mafia là”. Nessuno a Cinisi sa esattamente chi fa parte della Mafia o chi è veramento legato ad essa. Sanno semplicemente che esiste ma non ne parlanno. La legge dell’omertà è molto presente nel film, accentuata anche da un ambiente di paura costante di esprimersi.

Il tema dell’omertà è affrontato dalla stazione di radio di Peppino, che dice a voce alta tutto ciò che la gente pensa ma non ha il coraggio di dire. Il movimento comunista vuol rompere il silenzio e la discrezione della Mafia e rappresenta una trasformazione sociale importante ma anche una minaccia per il potere della Mafia.

In questo film, il conflitto più importante è quello familiare. Peppino non si riconosce nei valori della sua famiglia. Nel confronto con suo padre (momento chiave nel film), egli respinge il valore dell’onore, mentre suo padre afferma che non c’è valore più grande di quello della dignità di una famiglia. Anche il rapporto con la madre è conflittuale, perché questa rifiuta che suo figlio sia ucciso dalla Mafia a causa di un periodo di ribellione. Peppino le dice “Il tuo amore di madre è la mia schiavitù”.

Alla fine del film, dopo l’assassinio di Peppino, uno degli suoi amici esprime il suo dolore e la sua frustrazione alla radio, dicendo che ormai la Mafia fa parte integrale della Sicilia ed è una realtà che non si può negare: “La Mafia ci dà sicurezza, dà un’identità alla Sicilia. Siamo noi la Mafia!”.

L’aspetto più interessante è che I cento passi non è un film sulla Mafia in senso stretto. Non si vedono i cliché di assassini per strade, ma vediamo come la Mafia opera in maniera nascosta, sottile. Il regista afferma che è “piuttosto un film sul conflitto familiare, sull’amore e la disillusione, sulla vergogna di appartenere allo stesso sangue”.[12]

          7. Conclusione

Ormai la Mafia fa parte della realtà siciliana e questo causa una grande miseria alla popolazione. Anche se molti si ritrovano protetti dalla Mafia, questa non è la soluzione ideale per sopravvivere. La Mafia non è soltanto un’organizzazione fondamentalmente criminale. Se fosse esclusivamente creata allo scopo di ricattare, rubare o uccidere, adesso avrebbe provocato un’ondata di risentimento. In più, quello che distingue la Mafia siciliana dalla delinquenza ordinaria sono il controllo territoriale, i legami con il mondo politico e l’internazionalizzazione. Molti siciliani sono coscienti del fatto che questo sistema esiste da molti secoli, per “assicurare una forma arcaica di giustizia, un surrogato di governo legale”.[13]

8. Bibliografia

Barzini Jr. Luigi, Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1997 (Supersaggi).
Falcone G., Cose di Cosa Nostra, Milano, 1993.
Ginsborg Paul, L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato (1980-1996),Torino, Einaudi, 1998 (Gli struzzi).
Giordana Marco Tullio, I Cento Passi, Italia, 2000 (film).
Giordana Marco Tullio, Note di Regia in Cinematografo, 2007.
Grasso Pietro, Per non morire di mafia, Milano, Sperling & Kupfer, 2009, p. 297.

[1]Barzini Jr. Luigi, Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1997 (Supersaggi), p. 331.
[2]Idem, p. 331-332.
[3]Barzini Jr. Luigi, Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1997 (Supersaggi), p. 333.
[4]Idem, p. 337.
[5]Grasso Pietro, Per non morire di mafia, Milano, Sperling & Kupfer, 2009, p. 297.
[6]Barzini Jr. Luigi, Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1997 (Supersaggi), p. 350.
[7]Barzini Jr. Luigi, Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1997 (Supersaggi), p. 333.
[8]Falcone G., Cose di Cosa Nostra, Milano, 1993, p. 9.
[9]Barzini, p. 342.
[10]Barzini Jr. Luigi, Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1997 (Supersaggi), p. 368.
[11]Ginsborg Paul, L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato (1980-1996),Torino, Einaudi, 1998 (Gli struzzi), p. 372.
[12]Giordana M.T., Note di Regia in Cinematografo, 2007.
[13]Barzini Jr. Luigi, Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1997 (Supersaggi), p. 359.

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